Kramfall Krünett è morto (e la zuppa di cipolle è servita) PRIMA PUNTATA

Kramfall Krünett è morto

(e la zuppa di cipolle è servita)

Una storia di fantascemenza

Nota sciocca dell’autore (sciocco anch’egli)

Per chi si appresta alla lettura: ciò che segue è solo un libretto scritto durante l’arco di numerose notti insonni e solitarie, come rimedio alla tristezza e alla malinconia.

Che si prenda per quello che è, ovvero una manciata di pagine che desiderano l’intrattenimento e nulla più, con l’aiuto di un po’ di sano e innocuo umorismo e senz’altri fini di sorta.

Nella speranza che il lettore si diverta, passi un paio d’ore d’allegra spensieratezza, e non se ne abbia troppo a male per le scemenze all’interno contenute.

Senza le quali, peraltro, l’autore non saprebbe vivere…

 

A DOUGLAS ADAMS, CHE HA RESO MIGLIORE LA MIA VITA.


I

Era davvero una bella giornata, le strade si trovavano tutte al loro posto, le case pure. Anche il traffico sembrava quello di sempre.

Aristide riuscì finalmente ad allargare i suoi muscoli facciali in un mezzo sorriso.

– Forse questa è la volta buona- pensò guardando fuori dal finestrino dell’autobus una fila di edifici dello stesso colore.

-Mi scusi- disse una dolce vecchina alle sue spalle.

Aristide si girò con un sorriso di falsa beatitudine stampato sulla faccia. Sul viso rugoso dell’ottuagenaria si dipinse una smorfia disgustata.

– Scende?

I due rimasero a fissarsi per qualche secondo.

– È sordo per caso? Allora, scende?

Aristide, che non voleva abbandonare il sorriso zuccheroso appena conquistato, rispose a denti stretti.

– No

– Scende?- ripetè la vecchina.

– Ehm, no… – disse ancora Aristide con tanta pazienza.

– Scende?

– No

Forse la vecchina non aveva sentito, è comprensibile dopotutto vista l’età, pensò lui.

– Scende?

– No

– Scende?

– No

– Scende?

– No

– Scende?

– No

– Scende?

– No

– Scende?

– No

– E allora si tolga di mezzo lavativo! Lei e questa valigia!- disse rivolgendo una pedata al bagaglio che Aristide custodiva tra le gambe.

Fece un saltello indietro, tenendo stretta la consumatissima valigia, un vero pezzo d’altri tempi, del tutto antiquato.

La donna borbottò tra se alcune parole incomprensibili e scese dal mezzo.

Aristide si guardò in giro in cerca della comprensione di qualcuno, ma trovò solo le boccacce di un bambino un po’ troppo grasso per la sua età avvinghiato al petto della madre.

– Ma che importanza ha- si disse senza perdere il sorriso – forse ho davvero risolto il mio problema una volta per tutte!

L’autobus 26 arrivò a destinazione e lo lasciò al piazzale della fermata.

Quando fu a terra rimase fermo, mentre la polvere veniva sollevata dalle ruote del bus in partenza, e ben presto si ritrovò solo nell’ampio spazio. Era singolare come da un momento all’altro in una grande città ci si potesse ritrovare completamente abbandonati al proprio destino, senza uno straccio di sicurezza e comprensione verso quello che si andava a compiere. Il sole era ancora alto in un cielo libero dalle nuvole, ma una leggera brezza di vento rendeva assolutamente godibile le prime ore pomeridiane di questa giornata primaverile. Quasi tutti i lavoratori dovevano essersi ormai rinchiusi nei loro palazzi, dietro le loro scrivanie, i loro banchi, le loro cattedre, i loro insormontabili problemi giornalieri, quei dilemmi che qualcuno avrebbe portato a casa a fine giornata, qualcun altro li avrebbe scaricati sotto il tavolo dell’ufficio, qualcun altro ancora, la maggior parte forse, se li sarebbe trascinati dietro per tutta la vita.

Si strinse bene l’impermeabile verde che gli arrivava fino sotto le ginocchia, si lisciò i baffi gialli e diede una sistemata al folto cespuglio di capelli rossi che  tendeva sempre più verso l’alto. In tutto questo notò, non si sa come, che un lembo della camicia usciva dai pantaloni.

Davanti a lui si stagliava l’enorme ingresso della biblioteca centrale, con il suo colonnato e i suoi grandi cancelli all’ingresso. Si guardò attorno, nessuno si era fatto ancora vivo. Le uniche persone incontrate dalla mattina, quando era arrivato dopo il lungo viaggio, erano quelle povere anime sull’autobus, inconsapevoli della missione della quale Aristide si era fatto portatore.

– L’unico problema – si disse mordendosi il labbro inferiore – è che questa maledetta missione me la immaginavo diversa -.

Vagare da un posto sconosciuto all’altro cercando di non essere accoppato non era proprio il tipo di futuro che aveva sempre sognato. Piuttosto trovarsi in un’enorme vasca da bagno circolare a fare bolle di sapone sulla schiena di Mia, la sua ex segretaria, poteva essere un’idea di futuro che più gli andava a genio.

Un raggio di sole partito otto minuti prima dalla sua fornace incandescente lo colpì improvvisamente in pieno viso. Aristide inforcò senza esitare gli occhiali da sole e maledisse il giorno in cui aveva incontrato quel tale di nome Rock Monfort, il suo peggior incubo, colui che lo aveva trascinato in questa folle avventura, la causa di tutti i suoi guai.

Si fece coraggio e si avviò verso la biblioteca centrale, doveva accertarsi che il dubbio che lo attanagliava fosse solo frutto della sua paranoia, varcò dunque la soglia e si trovò dentro, immerso nel buio e nell’abbraccio fresco della sala principale.

Un uomo anziano, che poteva avere più anni di quanti ne dimostrasse, lo guardò da dietro un bancone di legno tarlato.

– Desidera?

Aristide non rispose, stava ancora accarezzando con il viso l’aria pulita della sala quando il vecchio tornò a ripetere la sua domanda.

– Dico a lei, con gli occhiali scuri, serve qualcosa?

Finalmente Aristide si decise a prestargli attenzione, alzò una mano a mezz’aria in segno di saluto, e inarcò le sopracciglia nel modo più invitante che sapesse fare, ma si rese ben presto conto di quanto fosse inappropriato in quella situazione.

Qualcosa dentro di sè mandava segnali di malumore, il solo pensiero di Rock Monfort lo aveva gettato in quello stato di depressione e sfiducia nella vita con cui era stato costretto a convivere fin da quando era scappato dalla stanza privata del suo capo, lasciando una cassaforte aperta e una valigia mancante. Un piccolo particolare che non era rimasto indifferente a tutti.

E allora, per la prima volta in vita sua, poteva dire di averla fatta davvero grossa.

Così grossa che non sarebbe bastata la più grande e possente toilette pubblica mai concepita da mente umana per contenerla tutta.

Aristide scosse la testa, cercando di scrollarsi di dosso doppi sensi volgari e indecisioni sul metodo di tortura più doloroso da infliggere al corpo sgraziato del suo amico Rock, nel caso (ma lui non ci sperava) si fossero rivisti.

Si avvicinò al banco dell’impiegato.

-Salve, mi chiamo Aristide J. F. 3,14 Poons, sto cercando un testo, forse lei mi può aiutare, sa, non sono pratico e ho molta fretta – disse togliendosi gli occhiali al momento giusto.

-Io invece mi chiamo Tony Rappaponz, non sto cercando un testo, sono pratico, non ho nessuna fretta, ma non mi va di aiutarla-

Aristide rimase a fissare l’aria per qualche secondo, poi fece un’espressione ebete e cercò di afferrare un granello di polvere con le mani.

Se lo sentiva che non sarebbe stata una grande giornata, e cercò di convincersi che in fondo era tutto normale: nel castigo che lo aspettava era previsto anche questo.

Aristide alzò l’indice accusatorio e fece per parlare, ma non riuscì ad emettere alcuna parola.

Non sapendo come concludere, scoppiò in una risata talmente sguaiata che avrebbe dato fastidio persino a un sordo cieco.

Il vecchio lo guardò con aria di sufficienza da sopra la sua postazione, nessun segno di pietà sul volto, quel tizio ai suoi occhi si presentava come un caso umano talmente disperato che anche il più alto e sincero moto di compassione non avrebbe potuto lenire. Era chiaro che l’unico visitatore della giornata non poteva che recargli fastidio, spiattellandogli tutta la sua insopportabile saccenza da studentello delle prime ore del pomeriggio, uno che si reca in biblioteca subito dopo pranzo merita solo la forca. Un rompipalle arrivato giusto in tempo per rovinargli il riposo pomeridiano. Magari, pensò Tony, si sarebbe anche messo a fare domande su qualche libro sconosciuto, o avrebbe cercato di coinvolgerlo nelle sue barbose ricerche chiamandolo all’improvviso con la mano alzata, per non fare rumore, anche se non c’era nessuno, pimpante e ansimante come un dannato primo della classe, sputando frasi come “accidenti che incredibile scoperta che ho fatto! Guardi qua, lei ci avrebbe mai creduto?” o “Eureka! Ho fatto il colpo, sono il migliore!”, e forse anche ridendo delle sue squallide battute da tonto occhialuto. Che pensiero orribile, sentiva già un paio di occhi da pesce lesso puntarlo dietro occhiali dalle lenti spesse.

Mio Dio, Tony, impedisci a questo tipo arruffato e puzzolente di varcare questa soglia prima che ti sconvolga il pomeriggio, anche a costo di abbatterlo a morsi sulle caviglie.

Il vecchio fece un bel respiro dopo le sue elucubrazioni mentali e guardò meglio Aristide, e si accorse che non aveva esattamente l’aria di uno studente, piuttosto di un tizio fuori luogo in qualsiasi circostanza. Sono pochi al mondo, in verità, a poter vantare questo primato. Lui era uno di loro evidentemente.

Finalmente Aristide riuscì a parlare, ma avrebbe fatto meglio a stare zitto.

– Sa come diceva il mio amato nonno? Lo vuol sapere, caro il mio bibliotecario senza biblioteca?

– No, non lo voglio sapere, non mi interessa.

– E allora io glielo dico lo stesso – aggiunse Aristide con una punta di orgoglio.

– E va bene, sentiamo, cosa diceva? – disse Tony osservando con orrore come quel babbeo che gli stava davanti portasse ancora i pantaloni del pigiama sotto l’impermeabile e un paio di sandali marroncino ammuffito ai piedi.

Aristide rimase fermo un attimo, con la bocca spalancata. Il suo sguardo si perse un’altra volta nel vuoto cosmico.

Poi riprese, come se si fosse sbloccato di colpo.

– Beh, adesso non me lo ricordo cosa diceva, però su una cosa può stare certo, diceva una cosa importante-

– E? – chiese annoiato Tony.

– E…- si bloccò, avrebbe tanto voluto rompergli il muso a quell’antipatico, ma dovette limitarsi o i suoi progetti sarebbero andati in fumo.

-Dai vecchio, non ho tempo da perdere, devi dirmi solo se posso trovare un testo, non mi serve nient’altro –

Il vecchio lo guardò con la noia negli occhi.

– E va bene, seguimi – sbuffò.

– Eh, mio nonno la sapeva lunga – sussurrò Aristide.

– Si ma poi te ne vai e non ti fai più vedere.

– Non ci penso due volte.

I due si incamminarono verso un’altra sala a passo lento strascicato, come di chi si è appena svegliato e indossa pantofole mangiate dal cane.

Negli stessi istanti qualcun altro, in un luogo molto molto lontano e molto molto diverso, progettava la propria vendetta.

CONTINUA GIOVEDI’ 19 MAGGIO…

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