Kramfall Krünett è morto (e la zuppa di cipolle è servita) SECONDA PUNTATA

II

Il tempo sembrava non passare mai, migliaia di persone si alternavano continuamente davanti la banchina di ingresso della stazione.

Rock Monfort, un buffo giovanotto alto e slanciato, guardò ancora una volta il pannello delle partenze, poi diede un’occhiata al suo orologio. Nulla da fare, quel dannato veicolo era proprio in ritardo.

-Maledizione- disse sbuffando.

Era il classico vitellone dalla faccia impertinente, con gli occhiali da sole a specchio usati come un’estensione del proprio corpo o riposti in bella vista nel taschino della camicia, accanto al manico di coltello a serramanico che invece nascondeva un pettine, e un paio di calzoni puzzolenti, indossava un vestito da sera lercio e sgualcito, nessuno sapeva il perché. O forse si: era del tutto fuori di testa.

Si guardò attorno sperando che nel frattempo fosse successo qualcosa, due guardie passarono alla sua destra e si allontanarono verso l’uscita.

Vedendole ormai fuori, Rock decise di cogliere l’occasione per accendersi una tanto sospirata sigaretta. Diede il primo tiro, il tabacco sfrigolò piacevolmente. Un gaglioffo come lui, d’altronde, non poteva fare a meno del catrame. Aveva iniziato a fumare molto presto, la voce gli si era arrochita un giorno all’improvviso mentre aspettava i risultati dell’esame di quinta elementare: per il nervosismo
si era fatto fuori cinque o sei pacchetti in poche ore, il bidello lo scambiò per il muratore che sarebbe dovuto venire quella mattina e lo portò a bere in una tavernaccia. Rock acquistò in un colpo trent’anni di più e cominciò il suo percorso da mascalzone e vagabondo, non seppe mai di aver passato alla fine quell’esame. Comunque nonostante i denti gialli e l’alito pestilenziale conservava un bell’aspetto piacente e giovanile, solo un pò vissuto, forse.

Si trascinò il fumo delle Starlight fin dentro i polmoni per qualche secondo e lo rispedì fuori.  Osservò attentamente il pacchetto rosso, un’immagine colorata e gioiosa si animò sotto la scritta, una piccola stella sorrise e si accese una sigaretta, poi una vocina infantile, fastidiosa come quella che potrebbero avere i conigli se parlassero, recitò lo slogan della Starlight. “Dopo una battuta di caccia, dopo una giornata alle corse, dopo una serata per soli uomini, accenditi una Starlight. Tostatura lenta, retrogusto fruttato, per ogni occasione. In una parola: Starlight.”. L’immagine della stella gioconda aspirò profondamente, poi fece due colpi di tosse rauca e sorrise. “E oggi anche al gusto di cervo”, aggiunse velocemente un attimo prima di scomparire.

Rock fischiettò il ritornello, in fondo provava simpatia per quella stellina. Era un tipo che si accontentava di poco. In pieno assolo da motivetto delle sigarette, Rock si sentì picchiettare sulla spalla.

Si girò di scatto.

Due uomini enormi, in divisa giallo-verde, lo guardavano con occhi da pitone; Rock si chiese se per caso non si trattasse di una persona sola con due teste o, ancora peggio, della sua ex-moglie.

Il primo a parlare fu quello di destra. – Lei sta fumando, signore – Rock aprì bene gli occhi e guardò la sigaretta stretta tra le dita, meravigliandosi di quanto fosse aguzza la vista dell’omone.

– Già-

Tranne Rock, nessuno sorrise. Seguirono attimi di silenzio interminabili. I due bestioni dovevano essere con certezza dei cloni, la stessa corporatura possente, la stessa espressione, perfino le più impercettibili imperfezioni fisiche erano identiche. Fabbricati nello stesso stabilimento e venduti in scatole da due al comando di polizia, potevano rimanere in servizio per secoli, fino alla fine della loro pila al plutonio. Probabilmente l’involucro esterno doveva essere coperto da placche di titanio, questo gli dava un aspetto ingessato, ma erano necessarie per resistere ai proiettili perforanti di moda tra le bande di impiegati ribelli che imperversavano in città. Veri e propri colletti bianchi armati fino ai denti, reietti di società bancarie allo sbando, agenti di pubblicità e moda sull’orlo della bancarotta, creativi con un piede
nella fossa, perfino qualche sceneggiatore al tracollo si era unito al loro. Comandati da grafici anarchici e dediti all’alcol, gestivano giri di prostituzione e la vendita di stupefacenti in città, ma soprattutto si
divertivano a riversarsi in massa per le strade dei quartieri del centro e seminare il panico, la distruzione e lo sfacelo in vista della tanto agognata rivoluzione che li avrebbe portati al potere. Ma solo di sabato pomeriggio.

Rock fu per un attimo distratto da una serie di scritte su un muro, che a caratteri cubitali recitavano slogan come “Potere al settore terziario” e “La terra a chi la compra”, fino a che la sigaretta iniziò a bruciargli le dita e la sua mente tornò al piccolo inconveniente che si stagliava davanti come un muro di cemento.

Notò che uno dei due scimmioni, precisamente l’omone che si era limitato a trafiggerlo con gli occhi, aveva i capelli fuori posto; ne dedusse prontamente che doveva trattarsi di quello con una vena artistica, lo sregolato pazzerello dei due.

Soppresse controvoglia una risatina (dopotutto si era sempre trovato simpatico e pensava un gran bene di se stesso) e gettò la cicca per terra, prima che l’indice e il medio della sua mano si trasformassero in stecchetti per accendere il fuoco.

– E adesso ha buttato la sigaretta per terra-

– È proprio vero, amico– Rock annuì, non sapeva davvero cosa dire.

– Insozzare la pubblica proprietà è reato, signore-

– È suo dovere tenere pulita la città- aggiunse di seguito l’altro.

– Ah, ma guarda-

Il pregio di Monfort era sicuramente la bella faccia tosta, unita a un animo da guascone avventuriero, così come lo era stato suo padre prima di lui, e suo nonno ancora prima. Il suo bisnonno invece no, aveva messo su un’impresa di costruzioni, ed era diventato ricchissimo e agiato, allontanando da sé le sofferenze di una vita da guascone e morendo a 101 anni sereno nel proprio letto. Mentre il suo trisnonno aveva fatto si l’avventuriero, ma solo nel tempo libero, il resto dei suoi anni lo aveva speso per la cura delle petunie e delle begonie.

Rock non aveva ancora deciso quale dei suoi illustri e benemeriti antenati invidiare. Nel dubbio tentò di allontanarli dalla mente tutti quanti.

Il bestione riprese a parlare. – È proibito fumare-

– Mi accorgo di non sapere un sacco di cose, beh grazie per l’imbeccata ragazzi, ci si sente allora – , fece per sorpassarli e sparire tra la folla, ma un braccio abbassato come un passaggio a livello lo bloccò all’altezza della fronte.

– Cacchio quanto siete alti, a scuola chi era il campione di voi due?-

Come al solito, nessuno rise. Rock un po’ si, ma smise subito.

– Può pagare una multa signore, o non pagare e passare tredici notti in cella-

– In compagnia di tipi poco raccomandabili-

Rock si stupì di questa ultima uscita.

– Statemi a sentire, scatolette di cibo surgelato, che ne dite se invece decidessi di andarmene e farvi passare per imbecilli? –

La seconda parte avrebbe dovuto pensarla e basta, ma se ne accorse troppo tardi. Le due montagne si consultarono a bassa voce. Rock tentò di avvicinare un orecchio per cogliere qualche parola. Una delle guardie si girò e lo allontanò con un braccio.

– La prego di spostarsi, signore, processo in corso, dati assolutamente riservati, attenda prego, tra non molto le verrà fornito un modulo da compilare con le sue rimostranze-

Rock scoppiò a ridere.

– Modulo? Rimostranze?- Cominciava a capirci meno di niente.-

Le due guardie continuavano a confabulare tra loro.

– Ehi, dico a voi!-

Rock guardò il pannello sopra la sua testa, finalmente avevano aggiornato le partenze, il suo viaggio incredibile poteva iniziare.

– Se non vi dispiace, io avrei un appuntamento con un amico lontano. Mi aspetta, sapete? Meglio che vada prima che si faccia tardi-

Rock mise le mani in tasca.

– Allora io vado, è stato un piacere. Sentiamoci qualche volta, organizziamo, ci conto.-

Stava diventando sempre più impaziente, la sensazione era che qualcosa stesse per succedere, qualcosa di grave, che gli avrebbe impedito di prendere l’occasione della sua vita. I due giganti della polizia stavano ancora facendo scorrere allegre le rotelle del loro cervello meccanico, nell’atto di ingannare il tempo spostò il peso del suo corpo su una gamba, poi sull’altra, tolse le mani in tasca, poi le rimise. Le ritolse
nuovamente. Ora ne infilò solo una. Si, erano vuote comunque.

A Rock venne voglia di ridere, come non aveva mai fatto in vita sua, e questa volta era per una buona ragione. La risata partì violentemente dal basso, per risalire verso l’alto, implacabile, e puntare diritta alla bocca, infrangersi  contro i denti e scatenare tutto il suo delirante contenuto in faccia alle due guardie.

– Cos’è che trova divertente, signore? – chiese il primo dei due robogorilla.

– …divertente, signore?-, anche l’altro voleva dire la sua.

Il primo poliziotto lanciò un’occhiata al collega, mentre Rock aveva le lacrime agli occhi.

– Signore, lei non si trova in una buona posizione.-

Rock, in preda alle convulsioni, riuscì a malapena ad annuire con la testa.

– Lo so, lo so!-

I due colleghi si guardarono interrogandosi a vicenda.

– Non è piacevole – si ricordò subito di aggiungere il secondo.

Tra i due dritti della polizia ci fu un lungo e disarmante silenzio, durante la quale nessuno ebbe il coraggio di guardarsi negli occhi, nessuno gettò fugaci occhiate.

Mentre Rock stava firmando diligentemente la sua condanna, il primo poliziotto, chiamato Fred dai colleghi, trovò il coraggio per aprire bocca.

– Smettila, Tom, ci stai rendendo ridicoli.

Tom rimase sbalordito.

– Che ho fatto?-

– Smettila di coprire le mie parole, non è carino da parte tua voler a tutti i costi l’ultima parola-

– Ma come puoi pensare una cosa simile, lavoriamo insieme ormai da cinque anni-

– Quattro, Tom, quattro, vedi? Neanche tiricordi quando ci siamo conosciuti, appena usciti dalla scatola-

Rock stava cominciando a calmarsi, il litigio che si stava svolgendo sotto i suoi occhi era troppo interessante e dannatamente sciocco per poterselo perdere.

– Io ti avevo messo gli occhi addosso da molto prima, ma tu non mi hai mai degnato di uno sguardo, ecco l’ho detto-

– No, no, fermi, aspettate – Rock si intromise senza motivo, spinto da una forza incredibile che lo obbligava a impicciarsi in affari che non lo riguardavano.

– Incredibile, sono sconvolto, sono sconvolto – disse Fred.

– Sentite ragazzi, ma qua si stava parlando di me-

I due agenti si voltarono verso Rock.

– Ha ragione l’umano, presto, leggiamogli i suoi diritti- dissero all’unisono.

– A proposito, di che stavate parlando?-

– Signore – disse Fred, cercando di fare la voce più autoritaria che poteva – abbiamo deciso che per il suo comportamento incivile tenuto negli ultimi venti secondi, sarà condannato al pagamento di una multa di 890 scoccofroni e 6 anni di lavori forzati, lei potrà comunque fare appello a bla bla bla–

– Bla bla bla? – chiese Rock.

– Non penso sia il caso di farne una questione così importante, anche noi ci stanchiamo a ripetere sempre le stesse cose, abbia pazienza-

– Ho come l’impressione che dietro quel bla bla bla ci fosse la parte dei miei diritti-

– Non sia pignolo – rispose Tom.

– E se lo fossi?-

– Oh, beh, in quel caso non glielo permetterei-

– Ci segua, non opponga resistenza, sconti la sua pena con dignità-

Rock si passò una mano sulla faccia.

– Io lo farei molto volentieri, credetemi, ma dovete sapere che stavo ridendo per una questione di non poco conto, prima-

– E sarebbe? – chiesero le guardie.

– Oh, ecco, mi hanno rubato il portafoglio!-

Scoppiò a ridere.

– Pensate, avevo anche il biglietto del mio viaggio,ho già detto che sono in mostruoso ritardo?

Non passò neanche un secondo e successe quello che Rock prima aveva presagito: il tempo si fermò per qualche istante.

Rock aveva un’espressione da pesce lesso. La prima guardia estraeva il manganello. La seconda si apprestava a seguirla.

Quando tutto riprese, il razzo sibilò e sfiorò i capelli di Rock, colpì un gruppo di turisti e fece crollare i lampadari della stazione. Il tetto iniziò a scricchiolare, e pochi si resero conto di quello che stava succedendo quando i mitra e i fucili cominciarono a sparare senza sosta.

Rock intese prima degli altri e si gettò a terra, giusto in tempo per schivare un secondo razzo.

I poliziotti scapparono i due direzioni diverse, estraendo l’arma di ordinanza.

Le pallottole cominciarono a volare ovunque, nell’aria si percepiva l’odore acre della polvere da sparo, quando per tutto l’atrio della grande stazione si sentì echeggiare la soluzione del mistero.

– È sabato pomeriggio! Scappate! – gridò un poveretto con una giacca a scacchi prima di stramazzare al suolo.

Rock sgattaiolò fino a un riparo sicuro. – Come ho potuto dimenticare!-

Orde di impiegati ribelli fecero il loro ingresso nella stazione sparando, urlando bestemmie e imbrattando i muri con scritte oscene.

Una moto schizzò all’interno attraversando di corsa la vetrata principale, che andò in mille pezzi. A bordo il capobanda, un designer fallito di prodotti per bambini, falliti anche loro, si dilettava a sparare
in aria, ostentando con feroce orgoglio un coltello tra i denti e una benda nera sull’occhio sinistro.

– Nascondetevi!- urlò un altro – prima gli uomini e i robot, poi gli animali, le donne e se avanza spazio anche i bambini-

Nascosto dietro il suo angolino, Rock trovò il coraggio per sporgersi e valutare la situazione: vide le due guardie con cui aveva avuto a che fare poco prima lottare disperatamente, nascosti da due colonne massicce.

– Annientateli, ragazzi!-

I due sbirri si voltarono verso di lui.

– Come dici?-

Rock non fece in tempo a rispondere, rimase con un dito alzato mentre un razzo disintegrava in un arco di tempo impercettibile i due poliziotti. Pezzi di ferro e detriti in fiamme volarono nella sua direzione.

Addio multa, pensò. Sarà per la prossima volta.

I ribelli erano ormai dappertutto, si potevano riconoscere dalle loro divise rivoluzionarie: camicia bianca, cravatta rosa e giacca portata sulle spalle.

Rock decise che era giunto il momento di darsi una mossa. La gente fuggiva in tutte le direzioni, fuoco e fiamme invadevano l’ex ingresso della stazione e le armi crepitavano a pieno ritmo.

Si alzò e si diede uno slancio, doveva arrivare dall’altra parte, ai binari. Cercò di fare lo slalom tra cadaveri, passeggeri in preda al panico, viaggiatori dell’ultima ora e amanti delle situazioni estreme (seguivano gli attacchi dei ribelli come un roadie fedele segue il suo gruppo rock preferito, per buttarsi nella mischia e provare l’ebbrezza del caos, poco male se ogni tanto qualcuno ci rimaneva secco). Non
mancavano neppure le squadre di aitanti suicidi, che si mettevano in mezzo per farsi colpire, vagavano come anime in pena ogni sabato pomeriggio per i luoghi del centro nella speranza di essere presenti a qualche attacco. Si riconoscevano subito, erano quelli che tra la folla in fuga ridevano e saltavano come matti, facendo spesso anche gruppo, per risultare un bersaglio più facilmente visibile ai mirini dei bazooka.

Alle biglietterie alcune persone facevano ancora la coda: erano gli anziani. A differenza di quello che poteva sembrare erano in realtà pericolose bande di ottuagenari mercenari, le azioni più sporche erano il loro pane quotidiano, facevano razzie dopo il passaggio dei ribelli, finivano i feriti prima che arrivassero i soccorsi e si divertivano, per ingannare il tempo, a torturare gli addetti agli sportelli delle biglietterie con lunghe lamentele e prediche estenuanti.

Il tabellone delle partenze fu colpito e i suoi sostegni cedettero, prima che rovinasse al suolo esplodendo in una vampata di fuoco (funzionavano a benzina per volere degli antiambientalisti, una setta che aveva molto potere in quegli anni), Rock riuscì a leggere che la sua corsa non era ancora partita, aveva ancora pochi secondi a disposizione. Sarebbero bastati, ma doveva agire immediatamente, o avrebbe mancato il suo appuntamento.

Rock saltò un buca nel pavimento e strisciò fino a un cestino della spazzatura, notò alcuni boyscout che con l’aiuto di machete e un paio di buoni mitragliatori stavano rispondendo al fuoco dei ribelli e decise di cogliere l’occasione al volo, si lanciò verso i tornelli e spiccò il salto decisivo. Rotolò a terra senza un graffio nel momento esatto in cui un carro armato rubato poco prima da uno sceneggiatore di soap televisive kamikaze si lanciasse contro l’ingresso, sfondasse il muro principale e si schiantasse contro le biglietterie, provocando una strage. Poco dopo i cannoni dell’esercito aprirono il fuoco incrociato sul luogo dell’assalto, polverizzando ogni cosa si trovasse davanti. Tutta l’intera facciata crollò, seguita poco dopo dall’intera struttura centrale, che collassò in una nube di polvere ed esplosioni.

I soldati gridarono di gioia per questo ennesimo successo dell’esercito, i morti civili erano stati questa volta solo 238, per fortuna, nulla in confronto ai 4500 del mese precedente, piccolo errore di calcolo. Era andato tutto decisamente bene, il generale in persona uscì dalla torretta di un carro lanciando sbuffi di fumo dal sigaro che teneva stretto fra i denti e si congratulò con i suoi uomini per un’altra tragedia
sventata grazie all’intervento tempestivo e alla loro risolutezza. La stazione sarebbe stata ricostruita in periferia, così come il centro storico, distrutto da soli due giorni, la via principale e la sede del governo. Con questo astuto stratagemma, sabato dopo sabato, ai ribelli non sarebbe rimasto più nulla da
attaccare, solo erbacce dove una volta erano sorte le glorie del paese. Un piano decisamente geniale fortemente voluto dal ministro per la pubblica sicurezza e la salvaguardia delle pellicce d’orso.

Molti anni più tardi quel generale sarebbe stato decorato anche per aver inventato la barzelletta meno divertente dell’universo, salvo poi essere fucilato il giorno seguente da un commando di burloni terribilmente seriosi.

Rock aveva assistito a tutta la scena senza batter ciglio, ora che la stazione non c’era più anche il divieto di fumare si era dissolto nel nulla, come la fine di un incantesimo malvagio.

-E la zuppa di cipolle è servita…- disse tra sè e sè.

Tirò fuori una Starlight, mentre la stellina ricominciò a cantare, a pochi metri da lui, il treno destinazione Dimensione Parallela 3.4 A7 lo stava aspettando a porte aperte.

CONTINUA GIOVEDI’ 26 MAGGIO…

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4 pensieri su “Kramfall Krünett è morto (e la zuppa di cipolle è servita) SECONDA PUNTATA

  1. Oh, finalmente una stazione dove si può fumare.
    La facciamo anche noi la rivoluzione del sabato pomeriggio, o tu sei tendenzialmente libero di giovedì?No, perchè è importante mettersi d’ accordo per bene. E poi cosa distruggere? Questo è fondamentale, che poi magari io vado da una parte, tu dall’ altra e salta la rivoluzione per un disguido.

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