GIROVISTO MERMEGONE OU L’OPTIMISME, TRADUIT DE L’ALLEMAND DE MR. LE DOCTEUR FRICKERTON

Regalo ai miei fanz in attesa del grande ritorno: 

Girovisto Mermegone era un giovanotto buono e volenteroso. Forse anche troppo, dicevano.

Abitava in una città così piccola che stava tutta all’interno del tronco cavo di un albero. I suoi abitanti, minuscoli anche loro, non erano mai usciti al di fuori del grande albero che li ospitava, così pensavano che il mondo intero fosse tutto lì, adagiato su un soffice strato di foglie. Era un bel mondo, protetto dalla folta chioma dell’albero e da una posizione che permetteva alle gocce di pioggia di scorrere rigogliose ma senza grande forza, così da evitare piene o inondazioni che avrebbero messo a repentaglio la città. Il clima era adatto a passarci anche una vita intera nelle migliori intenzioni, o forse a raccogliersi in pace sotto qualche scheggia di legno quando la vita sembrava aver dato abbastanza, e fermarsi a riposare giusto il tempo di un millennio o giù di lì.

Si sarebbe potuto godere di uno spazio ritirato dove richiamare pensieri per scrivere un romanzetto d’amore o raccogliere pagine di diario ed espressioni gentili da usare in occasioni particolari, come un tè improvvisato o un invito a fare una gita sul fiume con colazione sull’erba.

Come avrete capito, il posto era più noioso di Liverpool il giovedì sera.

E per i languori di stomaco direte voi? Come facevano? Non direte che avevano anche rigogliose campagne.

A volte, e a dire il vero succedeva non di rado, dall’alto cadeva un enorme frutto rosso, e si depositava in un luogo lontano dalla città. Un grande tuono avvertiva il suo arrivo e tutti gli abitanti uscivano dalle loro casette, che fosse notte o giorno, vestiti da lavoro o in pigiama, e correvano ad adorarla. Il nettare, succoso e dolce, riempiva gli stomaci di molti esperti golosi.

Girovisto spesso era il primo ad avvertire il suo arrivo notturno per via dei suoi studi notturni.

Non avendo una casa dormiva dentro un grande forno dotato anche di porte e finestre ormai in disuso che era stato di proprietà di suo padre, e prima ancora di suo nonno, e ancora prima del suo bisnonno. Prima del padre di suo nonno invece apparteneva a un marchio molto diffuso di proprietà di zio Ganiero, lo squilibrato del paese.

Così rimaneva sveglio tutta la notte. A volte usciva fuori e si recava nella piazza centrale della piccola città, la più grande e la più bella, addobbata a festa con mille colori, per cantare l’ode che aveva composto in onore del grande frutto saziante. A volte, quando non lo usava per sfornare il pane, accompagnava il dolce canto con il suo violino.

Cade cade e son di veglia

è il grande tuono che ti sveglia
sotto un fungo si canta e danza
fate e folletti in adunanza

la luna e le stelle in consiglio
a guardar benevole il loro figlio
In lontananza il canto dell’usignolo
è la fine della notte e l’arrivo del gaio stuolo

Sfornava il pane quando aveva pane, bastava pulire il forno e infilarci dentro la pasta fatta a mano. Buona per il pane ma non solo. Si potevano fare anche le brioches.

Altri usi, Girovisto non ne conosceva perché era un po’ ignorante. Studiava poco perché era sempre stanco perciò non si laureava mai, e per questo suo fratello Barbo lo rimproverava di continuo.

“Passi il tuo tempo a comporre odi” gli ripeteva sempre con tono superiore e sovente sprezzante “mentre dovresti applicarti a diventare un bravo cavatappi, come me” e qui soleva riempirsi i polmoni e pronunciare la frase come un tenore che sfoggiava la sua aria più bella.

Barbo era bello come il sole, un sole che immaginavano fosse bello siccome nessuno lo aveva mai visto, e dunque piaceva molto alle donne locali. Alla fama di seduttore si aggiungeva quella di un carattere temprato, risolutore e ben disposto alla vocazione del comando. Era benvisto ai più e, probabilmente, si mormorava, sarebbe diventato un giorno ministro, o presidente, se non addirittura assessore.

“Un grande ministro dallo sguardo sorridente e ammaliante”, ripeteva Girovisto sognando invece odi a frutti rossi come il fuoco del suo forno.

Prima che l’unica campana del paese iniziasse a suonare, qualcuno passava talvolta da lui.

Era il fannullone della comunità, eletto da due anni fannullone dell’anno, ed era uno dei migliori amici del provetto cuoco studente.

Il suo nome era Raimondo, come suo nonno, inventore di un metodo rivoluzionario nel dolce far niente.

Consisteva infatti nello stare fermo dalle 23 alle 24 ore al giorno, sfidando ogni bisogno e ogni stimolo esterno. Un giorno arrivò al punto che anche ogni minimo movimento vitale del suo corpo era considerato come una sforzo enorme e insopportabile, così smise anche di respirare, il suo corpo si fermò e Raimondo il vecchio rimase lì, immobile e intoccabile.

Nessuno osò spostarlo, così quando iniziò a emanare cattivo odore gli versarono sopra una colata di bronzo e ne uscì una bella statua.

La targa recitava “Sciocco locale” e sul caso uscirono numerosi volumi di teoria.

Ancora oggi però è sconsigliato seguirne i principi senza un’adeguata preparazione.

Raimondo non era arrivato a questo punto ma sapeva il fatto suo, con gli anni si era ritagliato infatti una discreta fama e una fetta non irrilevante di pubblico accompagnata da riconoscimenti di stima e affetto.

Una mattina di autunno si presentò nel negozio, aprì il forno e lo trovò lì impastato di cenere e farina che russava profondamente.

“Girovisto!” disse il losco individuo.

Borbottando confusamente e facendo schioccare la lingua contro il palato, Girovisto aprì gli occhi come due saracinesche sulle quali fosse stato poggiato un elefante e inarcò la testa come uno struzzo.

“È già l’ora dello sbrunzo?” chiese.

Raimondo non provò neanche a contraddirlo.

“Ho una grande notizia per te, amico mio”

“Spuf” rispose il giovane.

“Mi è giunta notizia che oltre la grande cavità si terrà una gara solenne per proclamare il più grande cuoco del mondo!”

La palpebra socchiusa sull’occhietto vispo del giovin fornaio ebbe un tremito.

“È stato il sovrano, Re Jacopone in persona, a bandire la sfida, stanco di mangiare solo roba surgelata!”

Ora fu l’intero corpo ad avere una scossa da capo a piedi.

“Il vincitore avrà anche la mano della sua meravigliosa figlia, Carabina, leggiadra principessa che solca questi deserti, un contratto a tempo indeterminato presso la corte e la visita dal dentista gratuita”

“Devo comporre un’ode” disse Girovisto saltando in piedi tutto infarinato.

“Non c’è tempo e poi suoni da schifo, dai andiamo”

“Va bene, allora prendo… una spatola”

L’altro inarcò le spalle.

“Per me va bene”

Girovisto afferrò il violino e in ultimo la spatola, chiuse la sacca e uscì.

Appena fu fuori si accorse dell’inutilità della spatola e la gettò via.

—- Un paio di ore dopo…

“NO!”, urlò piano il vecchio per non svegliarsi.

“Perché no?” dissero all’unisono i due compagni d’avventura.

Le parole rimbombavano all’interno della sala del Gran Consiglio degli Anziani, il luogo dove veniva amministrato ogni singolo aspetto della vita della città dell’albero.

“Già, perché no?” chiese il centenario Zoro-fig-Abal, il più giovane del consiglio conosciuto anche come “Il Saputello”, al membro più anziano.

Fuf-Mim-Sa-Pro, il più vecchio tra i vecchi, detto anche “Il Vecchissimo”, occupava la colonna di marmo più alta fra quelle presenti, adibite a seggi del consiglio.

Erano colonne altissime, disposte in ordine decrescente a seconda dell’età e dell’importanza di ognuno dei tredici consiglieri.

I saggi avevano il diritto di influire sulle decisioni degli abitanti della città qualora queste avessero messo a repentaglio la vita della comunità.

Girovisto e Raimondo sapevano bene che un’udienza dai vecchi sarebbe stata necessaria prima della partenza, per la loro infinita sapienza, ma anche perchè unici detentori della mappa per uscire dal grande foro nella volta celeste (anche se tendeva al marroncino ma questi erano dettagli) al di sopra di tutto.

Avrebbero avuto bisogno di tutto il sapere necessario per affrontare questa sfida.

Il Vecchissimo si limitò a rimuginare affondando nella sua lunga barba bianca che ormai quasi toccava terra. Infatti Il Vecchissimo era anche difficile da vedere bene in viso, ogni tanto dal groviglio peloso sbucava un braccio, un naso o un orecchio e toccava interagire con quel poco che era dato vedere.

Solitamente, naso o gomito che fosse, una risposta arrivava sempre.

Molti sapienti si erano chiesti perché le colonne non fossero munite di schienale ma nessuno aveva mai osato parlare per timore di sembrare troppo moderno, così quello che tutti reputavano il rumore del rimuginare del saggio in realtà non era altro che il mugugno perpetuo per il mal di schiena.

Possedevano tutta la conoscenza del mondo, ma non avevano neppure un cuscino sul quale poggiare le edotte natiche.

Per non parlare poi del problema sicurezza, solo una settimana prima il dotto In-Con-Su-Per-Tra-Fra aveva avuto l’ardire di sgranchirsi le ossa ed era caduto di sotto. I più navigati riuscivano solo ogni tanto a dormire un po’ lasciandosi andare a posizioni da acrobata così virtuose da essere considerate offensive per il pudore comune.

Rtu-Zac-Pri il Superbo una volta addirittura si sbeffeggiò dei colleghi dondolandosi mentre dormiva.

In verità anche le vesti, quando troppo corte, rappresentavano un problema. In realtà più per chi stava di sotto a interloquire con i Maestri, siccome questi avevano preso troppo alla lettera il detto che campeggiava all’ingresso del Palazzo del Consiglio: “la Veritàè nuda”.

Un braccio con indice ammonitore teso sbucò dalla barba del luminare.

Era così esile che quasi si spezzò.

Tutti attesero trepidanti una risposta che fosse all’altezza delle due ore e tre quarti di attesa.

Il custode, visto che si era fatta sera, guardò la clessidra.

“Perché oltre non v’è nulla” gracchiò.

“Stolti” aggiunse poi in modo del tutto gratuito.

Fu il silenzio.

Passarono altri momenti interminabili.

I due giovani si guardarono confusi. Raimondo fece spallucce.

Gli enciclopedici vecchi subito si consultarono e fu un gran bisbiglio.

Poi il secondo più anziano, Jut-To-Lop-Frim-Zac-Alè soprannominato “L’Anzianissimo”, ebbe l’incarico di comunicare la conclusione al venerabile patriarca.

“Erudito Eccellentissimo, ma lo sanno tutti che fuori c’è una terra vastissima, altrimenti la mappa che l’abbiamo fatta a fare?”

Scandalo!

La Veritàsi ritrovò finalmente, per la prima volta, completamente nuda, e questa volta per fortuna solo in senso metaforico.

“Ebbè, in effetti…” disse il dito mignolo del piede sinistro del professorissimo.

“Se è così allora andate… e fateci fare una bella figura almeno”.

Questa volta a parlare fu il mento.

“Grazie, Vostra Autorità”.

I due promossi avventurieri si inginocchiarono con riverenza.

“E portatemi qualcosa da mangiare”

“Sarà fatto”

Mentre si apprestavano a lasciare l’ufficio degli Specialisti, Girovisto improvvisamente si voltò rivolgendosi alla compagnia.

“E la mappa?”

“To’, prendi”, fu la risposta.

Il papiro ingiallito e incrostato arrivò direttamente nelle mani del cuoco musicista.

Stava per rivolgere un altro inchino quando si accorse che i vecchi ormai non gli davano più ascolto, mentre si allontanava li sentì ridere dall’alto della loro saggezza: avevano trovato un altro passatempo.

Li lasciarono mentre cercavano di far cadere l’Anzianissimo dal suo trespolo di marmo.

Salutata la città, partirono.

Fu arduo il cammino per arrivare in cima, Girovisto e Raimondo camminarono per strade impervie intagliate nella corteccia secoli prima, dovettero arrampicarsi su pendii impervi, aprirsi nuove strade, ma alla fine conclusero la scalata e giunsero al grande foro.

“Ce l’abbiamo fatta!” gridò per primo Raimondo.

“Il vero viaggio deve ancora cominciare, risparmia l’energia amico mio” disse serio l’altro giovane.

Si affacciarono dal bordo della cavità e finalmente, per la prima vola, poterono vedere la grandezza del mondo e la vastità delle loro speranze.

Il panorama era di quelli per cui valeva la pena comporre un’ode una volta tornati tra le mura di casa.

O all’interno del forno, nel caso di Girovisto.

Una volta discesi dal grande tronco, non senza fatica, i due poterono mettersi in cammino.

Il sole era alto e impediva di capire quanta strada effettiva ci fosse da percorrere prima di raggiungere un’oasi, o un altro albero, o un carrefour.

“Quanto abbiamo fatto, finora?”, chiese Girovisto con molto interesse.

Raimondo ci pensò su un attimo, non era facile calcolare con precisione quanto avessero percorso, soprattutto senza un punto di riferimento.

Poi si guardò indietro

“Direi all’incirca un paio di metri”

“Interessante…”, fece l’altro, “interessante…”

Fecero un passo, ne fecero un altro,

avanzarono un terzo, e quindi un quarto,

vennero il quinto, il sesto e il settimo,

certo non dimenticarono l’ottavo e il nono.

E ancora un decimo, un undicesimo e perché no, anche un dodicesimo.

“E piantala per Dio!”, disse Raimondo, stufo delle lagne melense e infantili composte dall’amico.

CONTINUERA’…

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