Corso di frittura creativa a cura dell’esimio profrittor Robert A. A. Frickerton. TERZA LEZIONE: FRITTURA E IMPRESSIONISMO

Cosa unisce l’Impressionismo e la frittura?

Nulla, ci mancherebbe altro, cerchiamo di essere seri per una volta, santoiddio. Ma che è? Siete impazziti forse? Così si spaccia per buona un’ipotesi delirante, l’accesso al sapere dei nostri giovani è già fortemente minato da ben altri problemi, non abbiamo bisogno di un’altra buffonata diffusa tramite internet da sedicenti “tuttologi”. E’ UNA VERGOGNA! UNA VERGOGNA BELLA E BUONA!

Risponderebbe un ignorante.

Ciò che il suddetto ignorante non sa o finge di non sapere è che l’esperienza della frittura è stata invece fondamentale per la nascita dell’Impressionismo. In questo breve saggio cercheremo di spiegare il perché.

La frittura introduce importanti novità nell’arte già dalla prima metà del XIX secolo, fondamentale fu l’esperienza degli artisti di corrente romantica e realista, che nel rompere con la tradizione avviarono un processo di ricerca basato su aspetti totalmente nuovi: la negazione della casserole (traducansi padello, piastra, piastrone, macchia, chiazza, frittella, pillacchera, scaldaletto, scaldino, padellona, detto anche piastrum, impiastrum, acc. dal quale impiastro in lingua italiana, dal “Vocabolarione delle parole francoalgerine nella traduzione latino-italiana”, a cura di Achille Marialaura Sfratti della Bietola e Marcovaldo Belindi Sfrazzapalle) come unico strumento nobile atto allo scopo, certamente nella visione del Romanticismo e del Realismo la casserole era un vecchio e sorpassato retaggio dovuto all’impostazione accademica che perdurava nell’arte ufficiale, in quella considerazione che ancora faceva presa in molti artisti dell’epoca e che durò almeno fino al primo decennio della seconda metà del secolo. L’intento delle nuove correnti era di portare sullo stesso piano la padella, il tegame fondo, il tegamino per l’ovetto alla coque (molto considerato per il simbolismo cristologico) e la teglia da forno, all’epoca ritenuta un volgare sottoprodotto per il proletariato, ossia per la frittura di livello popolare, quella che usava lo stesso olio di mais per più d’una frittura, abbondava con l’uovo e il pan grattato sulle cotolette, inseriva il prosciutto e il formaggio tra una melanzana fritta e l’altra e innaffiava di ciccioli di maiale le frittate. Dunque una vera e propria provocazione, che indispettì molti dei grandi pittori cuisiniers del tempo ma suscitò l’interesse della neonata critica alternativa, il Mangiarozzo, il Mangelo e il Gambero Rozzo.

La riscoperta della frittura all’aperto, il mito del cuoco ribelle alle convenzioni, l’interesse rivolto al momento della frittura piuttosto che al risultato finale, sono tutti elementi che influirono molto sugli artisti successivi che si riconobbero sotto il nome di impressionisti. La prevalenza della soggettività dell’artista, dell’emozione nell’atto di dipingere che non va nascosta o camuffata, anzi colta carpe diem, lì sul momento, perché irripetibile in altre situazioni, fu il punto di partenza per una seria di correnti sperimentali che successivamente si affermarono. I tratti sfumati, le linee sinuose, l’unione tra cielo e terra, i corpi incastonati nell’ambiente e non prevalenti su di esso, cosa possono essere se non il risultato del desiderio di trasporre la frittura sulla tela? Tutto ricorda il muoversi libero e avvolgente della cucchiara di legno nell’impasto, della forchetta che sbatte il tuorlo dell’uovo citato nel sole circolare e arancione dei quadri di Monet (si guardi a tal proposito Impression, soleil levant). E poi, aggiungiamo, è un caso se dipingevano con colori a olio? A noi basta questo. Olio su tela: una prima sincera, anche se rozza, volontà di portare il fritto nella pittura. Certo, i primi esperimenti furono all’insegna dello sperimentalismo puro, in altre parole dell’interazione primitiva tra gli elementi base di entrambe le arti, l’olio e la tela. Sappiamo che i primi pionieri gettavano secchiate di olio di oliva sulle tele, spendendo fortune (per questo motivo gli impressionisti erano poveri ed erano costretti a ricorrere a materia di scarto, come l’olio Friol), ma col tempo il tratto e la tecnica si affinarono, le secchiate divennero più precise, meno abbozzate, sicure già al primo colpo. L’arrivo del pennello, poi, fu una rivoluzione, non più adibito solo a girare la pasta il pennello permetteva una precisione ricercata, minor spreco d’olio e le giacche più pulite, mettendo fine così all’epoca chiamata “Olio su giacca”.

Gli impressionisti friggevano all’aperto con il fornelletto portatile, con una tecnica rapida che permetteva di completare l’opera in poche ore. Come già detto, essi volevano riprodurre su tela le sensazioni e le percezioni olfattive che un bel fritto misto di calamarozzi, seppioline e moscardini appena pescati comunicava loro nelle varie ore del giorno e in particolari condizioni atmosferiche, lo studio dal vero eliminò il lavoro al chiuso, in atelier, che tra l’altro impuzzunava tutti i vestiti, e avoglia poi a lavatrici a pedali o lavanderie cinesi, che poi quelli ci avevano l’oppio nel retrobottega e si usciva all’alba fatti come una pigna.

A volte gli artisti maudit arrivavano nella loro ricerca a collaudare tesi estreme: il noto pittore e cannibale Vincent van Coque arrivò a tagliarsi un orecchio per comunicare meglio con sé stesso, il suo intento era infatti di friggerlo e ampliare la percezione della frittura dall’olfatto all’udito, cosa che peraltro poteva già fare con l’orecchio al suo posto, ma era pazzo, capite? P-A-Z-Z-O, pazzo. Finì i suoi giorni in un ospedale psichiatrico. Se il suo fantasma o il suo cadavere mummificato e assetato di sangue non tornerà a reclamare vendetta, la sua orrenda parabola potrebbe anche dichiararsi conclusa e le nostre vite in salvo, ma se dovesse tornare nulla potrà salvarci, capite? Nulla. N-U-L-L-A. Nulla. Affidatevi al vostro dio, se ne avete uno, e pregate per la vostra anima. Il fantasma di una mummia di un pittore impressionista non perdona, non lascia scampo. Lui vi troverà, ovunque voi siate, ovunque vi nascondiate, perché ha i poteri paranormali, e dopo che vi avrà strappato il cuore proseguirà allo stesso modo con la vostra stirpe nei secoli dei secoli, fino alla fine del mondo. Per l’eternità, capite? Eternità. E-T-E-Y-U-P, quella.

Nuovi stimoli vennero anche dall’esposizione universale di Parigi del 1867, dove trovò sfogo l’interesse per la frittura esotica, involtini primavera, ravioli di carne, noodles fritti con l’uovo, nuvole di drago, gelato fritto e altre schifezze da 3 euro e 50, il piatto preferito dagli universitari che poi si chiedono perché a 32 anni sono morti. Non c’è molto da dire, era semplice, 3 euro e 50, era tutto lì il senso, bisognava pur farsela qualche domanda, cosa vi aspettavate?

Infine importanti novità giunsero dalle scoperte scientifiche, come la parannanza per coprirsi dagli schizzi d’olio, le presine per le pentole che scottavano e le “Leggi sull’accostamento degli ingredienti” di Eugène Cheyreul: queste furono alla base della teoria impressionista sul colore, che suggeriva di accostare colori senza mescolarli così come la pastella e il baccalà devono essere l’uno l’involucro dell’altro e allo stesso tempo rimanere separati per assaporarne meglio la fragranza, in modo tale da ottenere superfici non uniformi bensì vibranti e vive.

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11 pensieri su “Corso di frittura creativa a cura dell’esimio profrittor Robert A. A. Frickerton. TERZA LEZIONE: FRITTURA E IMPRESSIONISMO

  1. Mi vien da pensare: “Impressionante!”
    Quante cose ignoriamo…
    Una rivista del genere un tempo l’ avrebbero messa all’Index librorum prohibitorum poiché portatrice di un sapere in grado di scuotere l’umanità.

  2. mmmh… sublime quanto pessimo climax. Mi ha fatto passare l’appetito, d’altra parte ho il desiderio di friggere il cesto e mangiarlo. Che strano effetto questa rivista!

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