Kramfall Krünett è morto (e la zuppa di cipolle è servita) QUINTA PUNTATA

Dopo tanto tempo questa la dedico a Melissa, perché si.

 

Sandy si sveglia…

 

All’interno della strana cabina di legno in cui si trovava, Sandy aprì gli occhi e si ridestò dai pensieri che andavano sommandosi scomposti nella sua mente.

Per un attimo, pensando al suo passato, Sandy fu sul punto di piangere.

Un’immagine di Yarno balenò nella foschia della stanza, forse una sorta di proiezione generata dalla sua mente dall’aria particolare e dalla stanchezza.

Poteva sentire le immagini uscire in un fascio di luce dai suoi occhi, come se la sua testa si fosse improvvisamente trasformata in un proiettore, da dove uscivano tutti quei ricordi confusi e annebbiati? E soprattutto perché? Un’altra immagine opaca e trasparente del suo amico sorridente le passò velocemente davanti, forse stava ancora inseguendo la scimmia redattrice.

Una lacrima sgorgò dagli occhi tristi e ormai lucidi per andare a posarsi su una guancia. Successivamente al disastro del libro bianco di Horos Camillo Spatranacco, il padre di Yarno, Craculon, aveva fatto incredibilmente ritorno dalla sua folle odissea.

E aveva scelto il momento meno adatto per entrambi.

Quando si accorse del tracollo, si trovò costretto a chiudere la casa editrice ormai in rovina, screditata in tutto il pianeta; nessuno avrebbe avuto più la possibilità di risollevarla né di trovare investitori disposti a prestare fiducia a un Ametteo qualsiasi.

Yarno fu diseredato e costretto a fuggire su altri pianeti insieme alla scimmia e alla scopa, e non fece mai più ritorno per la vergogna.

Qualcuno disse che il desiderio espresso da Craculon fosse proprio questo, ma non lo volle mai rivelare.

Sandy, dopo il licenziamento, sparì per la paura lasciando Yarno solo ad affrontare la catastrofe, non riuscì mai a perdonarsi quell’atto di terribile vigliaccheria, né di non aver mai voluto capire le intenzioni di Yarno e i sentimenti che provava per lei.

Da quel momento decise di vagare per lo spazio e le sue infinite dimensioni, sperando di trovare prima o poi la possibilità di riscattarsi, un viaggio allucinante e senza sosta che l’avrebbe portata oltre i confini dell’universo.

Chissà dove si trovava adesso.

Rimpianse di non aver più trovato una vita stabile, un’amicizia duratura, ma il suo carattere non glielo permetteva. Troppe ne aveva viste ormai per permettersi il lusso di addolcirsi, troppo duro il temperamento che si era data per farsi scalfire.

Mentre Sandy versava lacrime amare, successe quello che doveva succedere, sempre in base a quella famosa possibilità su un miliardo che contraddistingueva questo tipo di situazioni.

Una porta che non aveva notato prima si spalancò con un rumore assordante, e la luce del mattino invase la stanza fetida.

Sandy disperse i pensieri danzanti e si girò di scatto per la sorpresa.

Non solo non aveva visto quella porta, forse per via dell’oscurità, ma c’era anche qualcosa di strano: una porticina così piccola non poteva fare tanto fracasso!

Si udirono dei passi che si avvicinavano, i tacchi delle misteriose scarpe dei misteriosi piedi del misterioso individuo o qualunque cosa fosse, anch’essa misteriosa, che le indossava misteriosamente si facevano sempre più vicini.

TUM! TUM! TUM!

Il passo doveva essere quello di un gigante, come avrebbe fatto a oltrepassare quell’apertura così stretta?

Sandy era confusa e allucinata, non riusciva a comporre delle risposte adeguate che la tranquillizzassero.

Nell’attesa del colosso, Sandy si mise comoda, aspettando qualcuno che le fornisse una spiegazione a quell’assurdo momento.

TUM! TUM! TUM!

Non scarpe, ma stivali di ferro doveva indossare il golem che si stava appropinquando.

Sandy cominciò a stancarsi, il rimbombo sembrava non finire mai e nessuno si era ancora visto all’uscio.

“Eddai!”, sbottò la ragazza, “quanto ci vuole!”.

Improvvisamente si sentì toccare la spalla da una mano con dita lunghe e pelose, le unghie nere di grasso erano indice di una certa noncuranza.

Sandy lanciò un urlo e si girò di scatto.

Davanti a lei uscì dall’ombra un omaccione dalla faccia burbera, un occhio chiuso a fessura e la barba incolta. Quando le sorrise Sandy poté a malapena contare un quartetto di denti, dislocati in diverse zone delle gengive.

“Eccomi qua”, disse l’uomo spalancando le fauci e lasciando uscire un miasma giallognolo che fece impallidire anche il pappagallo con il panciotto ricamato che portava su una spalla. Sandy vide il pennuto strabuzzare gli occhi, incrociarli tra loro e poi barcollare avanti e indietro, cercando di sostenersi con le ali, alla fine si gettò dritto in una delle enormi tasche della giacca del suo padrone.

L’uomo dalla blusa rossa completamente sgualcita cercò di fare un altro sorriso maldestro, poi lustrò la pipa che aveva in tasca e la mise tra le labbra, o meglio quello che una volta dovevano essere state un paio di labbra.

“Fa sempre così”, disse riferendosi all’animale, “è tutta scena, non farci caso, d’altronde sarebbe impossibile, mi lavo i denti ben tre volte all’anno con il miglior pelo di topo che riesco a trovare qui sopra”. E rise.

Sandy trattenne un conato di vomito, poi riuscì a formulare qualche parola.

“Ma non dovevi arrivare da quella parte?”, indicando la porticina con il pollice.

D’un tratto aveva realizzato che i “tum-tum” era cessati.

Il grosso marinaio, che aveva tutto l’aspetto di un pirata navigato che fa collezione di molluschi e granelli di salsedine sulla pelle, la guardò stupito. Per un attimo sembrò addirittura offeso.

“Mi prendi per uno stupido?”

“Oh, no, no, signore, io pensavo che… insomma… i rumori, gli stivali, porta, io, tum”

Questa volta le sembrò di leggere amarezza.

Il pirata lasciò andare uno sbuffo di fumo e fece un giro su se stesso, come in cerca di un randello con cui colpire la giovane donna impertinente.

“Cerca qualcosa?”, chiese.

“Un randello”, disse secco.

Sandy si ammutolì scoprendo di avere talento nel leggere con incredibile certezza le intenzioni dei suoi interlocutori.

Il pirata si fermò e la scrutò senza cambiare espressione.

“Ora andiamo, seguimi, c’è tutta la ciurma che ti aspetta”

Ciurma? Aspetta?, si domandò Sandy. Forse stava cominciando a capire dove si trovava, e che cosa potevano essere quei raggi di luce bianca, con suo grandissimo sbigottimento.

“Ehm, dove stiamo andando?”, disse col cuore in gola.

L’uomo estrasse una sciabola e la puntò contro Sandy, la sua gola si rifletté chiara nella lama appena lucidata.

“Alla tua esecuzione”, disse con un ghigno diabolico.

Ora le cose si mettevano davvero male. E non aveva neanche fatto colazione.

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