Corso di frittura creativa a cura dell’esimio profrittor Nathan Gelsomino. QUARTA LEZIONE: IL MARS FRITTO DI NEWTON – 2

A DIFFERENZA DI QUELLO CHE VI POTRESTE ASPETTARE, QUESTA NON E’ LA PARTE FINALE DEL DITTICO SU ISAAC NEWTON, PERCHE’ HO DECISO CHE SARA’ UN TRITTICO, DAL MOMENTO CHE MI TROVO STRANAMENTE ISPIRATO SU QUESTO TESTO. VISTO CHE SARA’ L’ULTIMA STORIA DI GNAM, MI SON DETTO, PERCHE’ NON CHIUDERE CON UNA BELLA TRILOGIA, COME VA DI MODA OGGI?

PERCIO’ ECCO A VOI IL SECONDO CAPITOLO, CHE DI SOLITO E’ SEMPRE CONSIDERATO IL MIGLIORE IN UN’OPERA IN TRE ATTI. MAH…

“Vieni qui, Gastrite!”, disse il piccolo Isaac facendo un ampio gesto con la mano. “Dai vieni bello, vieni dal tuo padrone!”. La voce del bambino squillava per la felicità. La povera bestia, un cane vecchio di vent’anni, alzò a malapena la testa. Ti prego, dammi la morte, sembrava implorarlo. In effetti Gastrite non era un cane, era un grosso topo che a furia di sentire la leggenda metropolitana secondo la quale grossi topi sulle spiagge vengono scambiati per cani da stupide signorine in età puberale, si era convinto a fare il cane, più per convenienza che per convinzione, che si sa, i cani sono un’anticchia visti meglio. Gastrite era andato a scuola, sua madre aveva voluto che studiasse e diventasse una zoccola (era dei pressi di Napoli) istruita, ma subito erano cominciati i problemi. Tu non sei un cane! Gli gridavano. Ma io ho quattro zampe come voi, replicava Gastrite, e i baffi, e la coda, e un folto pelo irsuto sporco di sangue ed escrementi. Al che i cani ci pensavano un po’ su e dicevano si beh in effetti. E poi io porto le infezioni tra gli uomini. Ah! Facevano gli altri, và che bravo. Bravo, bene! Fagli vedere a quei puzzoni a due zampe. E così Gastrite arrivò fino all’università, a due esami dalla laurea però abbandonò, con grande dispiacere di sua madre, che aveva perso un marito in una trappola al formaggio, e ora vedeva il suo unico figlio immerso nel mondo della disoccupazione.

In verità, come abbiamo già detto, Gastrite non era un somaro, infatti era un topazzo schifoso. Ma sto divagando.

L’importante è che Gastrite non si laureò mai e si ritrovò costretto ad accettare il compito di cane della famiglia Newton. Questo succedeva quindici anni prima, e quando Isaac era solo un bambino Gastrite era già un povero vecchio cane grigio e morente. Si trascinò ancora qualche per qualche passo, in direzione del bimbo che gli sorrideva. Le zampe gli tremavano tutte e sentiva la vita scivolargli via. Gli occhi, ormai appannati e strabici, rotearono un paio di volte, poi Gastrite stramazzò al suolo stecchito. Isaac rimase immobile, pensando a un altro gioco del suo vecchio amico peloso, ma poi dovette constatare l’ora del decesso alle 14:31 dell’anno del Signore 1653 e chiamare la serva affinché buttasse quella carcassa immonda nella spazzatura. Mentre la servetta correva a procurarsi ramazza, paletta e un bustone di plastica nero, arrivò la madre di Newton, accompagnata dal suo precettore, Sir Aldous Loxley. Il precettore della madre, non di Newton. Infatti lei era una somara, al contrario del fu Gastrite che invece era un topo.

Il precettore di Newton, insomma, arrivò dopo. Loxley mentre camminava cadde in un buco e nessuno seppe mai più niente di lui, d’altronde nessuno se ne interessò, perché era un uomo noioso e aerofagita. Solo di tanto in tanto lo si menziona, più che altro perché aiutò a scrivere una battuta molto stupida sui precettori. Il precettore giusto, quello che serve a questa storia, spuntò da dietro un fagiano.

“Ah, bene, vedo che c’è anche il professor Ron, che piacere averla qui”, disse la madre al precettore del ragazzo. “Lei senz’altro saprà aiutarci”.

Il professor Ron era un noto cantante castrato italiano convertitosi all’insegnamento della scienza tra gli infanti delle ricche famiglie, tuttavia era un uomo umile, non si dava arie, al contrario di Loxley, come sappiamo. Quindi, nonostante la famiglia di Newton fosse poverissima, accettò di buon grado di istruire quel bimbo tanto portato per le scienze.

“Professore”; fece la madre, “lo sa che assomiglia a un noto castrato italiano? Sa che non riesco proprio a togliermi dalla mente questa immagine? La sua arte è molto apprezzata e imitata nelle corti europee”.

Il professor Ron voleva nascondere la sua identità e fece spallucce.

“Lei è sempre di così poche parole, professore…”

Fece spallucce di nuovo.

Non ridete. Non c’è niente da ridere. Non è semplice per un castrato nascondere la propria identità con un semplice “ah ah ah, si, si, me lo dicono tutti, mi sono convinto anche io di assomigliargli!”.

Non può.

Insomma, entrambi andarono vicino al bimbo e dissero “Povero Gastrite, ormai era proprio una vecchia scrofa, prima o poi c’era da aspettarselo”.

“Aspetti, signora!”, fece Ron avvicinandosi al cadavere del povero animale. “Guardi! Non è una scrofa, è un topazzo!”.

“Professore, che strana voce che ha… sa chi mi ricorda?”

“Non c’è tempo, guardi”

La madre guardò.

“Ma guarda tu, io ho sempre pensato che fosse una scrofa”, replicò la donna.

“Io un cane”; aggiunse il piccolo Newton.

“Io mia moglie”, fece Loxley dal buco aggiungendo una risata di complicità. Ma nessuno rise.

“Io il signor Loxley”, disse la serva.

“Io un aspirapolvere a bidone”, disse Arthur Amboid, il vicino di casa, che aveva assistito a tutta la scena dalla sua finestra sopra la staccionata.

“Io il signor Loxley”, disse il fratello della madre, zio Harold.

“Io il mio professore di geometria delle medie, il professor Zamboni”, ridisse la madre.

“Perché, c’era qualcosa?”, disse lo zio cieco.

“Va bene, basta così”, disse a voce alta Ron.

“Insomma”, fece la madre, “ci siamo fatti prendere il giornale da una pantegana gigante per vent’anni?”.

“Questa è una strana famiglia”, concluse Newton.

Ma mentre tutti discutevano accavallandosi uno sull’altro in una babele di voci, pensieri e ricordi in libertà sul povero Gastrite, il professor Ron si già interessato a un particolare che considerava fondamentale, si riservò tuttavia di parlarn… di scriverne a Newton in un altro momento.

Un altro momento:

“Dimmi, piccolo Isaac…”

“Che strana voce professore. Lei mi ricorda…”

“Si, si, va bene, va bene”, lo interruppe bruscamente lo scienziato agitando la mano.

“Eh, oh”, fece il bambino.

“Senti, Isaac, perché hai chiamato il tuo cane…”

“Vuole dire la zoccola di fogna, professore?”

“Si, si… perché hai chiamato quella cosa Gastrite…”

Il piccolo Isaac si chiuse immediatamente, il suo sguardo divenne severo, come se avesse intuito un inganno nelle parole del castrato. Ron capì che il bambino aveva qualcosa da nascondere… qualcosa che avrebbe difeso con la vita, un segreto troppo grande per essere confessato. Sicuramente era più sveglio di quanto apparisse, un bambino perfettamente a suo agio con le cose dei grandi. Avrebbe fatto strada. Tra le sue ipotesi quella che aveva sempre considerato la più pertinente riguardava l’interesse quasi ossessivo del piccolo verso i trattati di alchimia, le opere di Paracelso, Bacone, Giordano Bruno e Tommaso D’Aquino. Sembrava credere più nella magia che nella scienza, quel bambino certamente aveva scoperto qualcosa di molto importante, così decise di spiarlo.

“ALT!”

“Perché?”

“Devo ordinare un’altra birra”, dissi al vecchio alzandomi dal tavolo. “Il tuo racconto mi ha messo sete, e sappi che ho dei forti dubbi che le cose siano andate così, anzi credo proprio che tu mi stia mentendo, vecchio di plastica”

“Ah, si?”, fece quello stizzito.

“Si”

“Allora non saprai mai qual è la vera storia di Newton”

Mi soffermai a pensare, dopotutto quel racconto, per quanto bislacco, stava cominciando a piacermi. Il vecchio, sebbene tenesse una fiatella tremenda, tipo fogna di Calcutta, aveva un certo talento nel raccontare. Mi ero addormentato solo tre volte, un record per me. Solitamente avrei accoltellato direttamente il narratore o gli avrei spaccato il bicchiere sugli occhi, come da abitudine.

“Va bene vecchio, ti ascolto, anche se non so perché lo fai. Che vuoi da bere, offro io”

“Per me un gin lemon”

Maledetti anziani, pensai, non si smentiscono mai. Andai al bancone del pub, la cameriera mi guardava, ma io cercavo di ignorarla. So che sapeva, l’unica cosa che potevo fare era sperare che il tempo giocasse dalla mia parte. Perché il tempo dite? Non lo so, l’ho dimenticato, nei libri seri però scrivono così. Ma vedrete che alla fine di questa storia ogni cosa sarà spiegata.

Ovviamente non sarà così, mi auguro che voi lo sappiate benissimo.

No, ma forse sarà così.

Ma sto divagando.

Presi posto tra due sgabelli e aspettai il mio turno. C’era molta gente quella sera, il pub era pieno, devo dire anche allegro, si, l’atmosfera trasmetteva un senso di benessere. Sarà perché la porta del bagno era chiusa, sarà perché certe magie riescono solo nei pub, sarà per via di quantitativi spaventosi di alcol nel sangue. Sarà, sarà, sarà. L’importante era che Joe DiMaggio avesse segnato quell’home run con gli Yankees il 30 settembre del ’51.

“Ehi”, mi gridò il barista, “dico a te, noi i droidi qui non ce li vogliamo”

“Va bene, va bene, calmati”. Accompagnai i miei droidi protocollari fuori dal locale e dissi loro di aspettarmi lì.

Quando tornai, il vecchio Chube mi fece un segno con la sua testa pelosa come a dire “bevici su”. Finalmente l’uomo dietro il bancone si decise a servirmi e presi il mio bicchiere. Sentii una mano toccarmi sulla spalla, un brutto ceffo mi squadrava con aria minacciosa.

“Non piaci al mio amico”, disse. Alle sue spalle un altro orrido essere mi guardava male. Immaginai che fosse per via del mio cappellino con l’elica della Cambridge University.

Non dissi nulla, sapevo che cercavano grane e rispondere avrebbe fatto solo il loro gioco.

“In verità non piaci neanche a me”, disse scuotendomi la spalla ancora più forte e avvicinandosi di un altro passo. Il suo sporco amico continuava a fissarmi.

Per spaventarmi mi disse di essere condannato a morte su 12 sistemi planetari diversi, era un ricercato, si vedeva, non facevo alcuna fatica a credergli. E devo ammettere che in quel momento ebbi paura sul serio.

“Starò attento”, fu l’unica cosa che riuscii a rispondergli. Pensavo di potermelo levare di dosso con parole ferme ma non offensive, invece quello si adirò ancora di più.

“Invece sarai morto!”, mi urlò.

Mi scaraventò a terra con una manata, andai a sbattere con un altro tavolo che rovesciai con tutto quello che c’era sopra, per poco non svenni. Più che altro per tutta la birra sprecata. Finsi di essermi fatto malissimo e piansi come un bambino.

L’amico del condannato a morte estrasse la pistola per farmi fuori all’istante. Vidi la canna puntata contro di me, poi il suo braccio cadde ai suoi piedi e un fiotto di sangue caldo investì tutti gli astanti al bancone. L’uomo gridò e cadde all’indietro fracassandosi la testa contro il bancone di legno del pub. Non potevo crederci, cos’era stato? Era successo tutto così velocemente che neanche mi accorsi della mano che Fitta Allostomaco mi tendeva da qualche secondo.

“Aggrappati ragazzo”

Mi alzai asciugandomi le lacrime finte e feci in tempo a vederlo mentre riponeva la sua spada laser sotto il mantello.

Tutta la gente nel pub si era fermata per assistere allo spettacolo, quelli violenti erano sempre ben visti in Scozia, poi come se nulla fosse tornò alle solite occupazioni, bere, giocare a dadi e fare a cazzotti.

“Ti sei fatto la bua?”, mi chiese.

“Gno, gno, non mi sono ‘atto niente, quello lì è solo butto cattivo invidioso”, risposi mentre Fitta mi prendeva a cavalluccio sulle spalle e mi faceva fare il trotto per calmarmi.

“Oplallà! Oplallà!”

Tornai a sorridere.

Con la manina stretta nella sua tornammo al nostro tavolo.

“Ho dimenticato la birra”, dissi.

Quando fui di nuovo ubriaco, Fitta tornò a raccontare.

FINE SECONDA PARTE

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