Kramfall Krünett è morto (e la zuppa di cipolle è servita) SESTA PUNTATA

Stavolta la dedica è per Lucia…

Sandy vorrebbe risvegliarsi per la terza volta ma non ci riesce…

Fu condotta con le mani alzate per una rampa di scale, quando arrivò in cima, una porta traballante le si schiuse davanti.

Un altro tamarro, magro, altissimo ma con lo stesso sorriso sdentato, tenne la porta aperta al suo passaggio e a quello del suo carceriere.

Quando uscì all’aria aperta a Sandy parve di ricordare, quello che le si presentava davanti non era un panorama dei più rosei.

Un intero equipaggio di pirati, filibustieri e mercenari le si parava davanti urlando e ridendo.

Le urla parevano tali da scuotere il pavimento di legno e l’albero maestro attorno al quale erano radunati.

Era esattamente quello che aveva pensato poco prima.

Si trovava su una galeone di legno. A duemila metri d’altezza.

La nave sfrecciava attraverso le nubi candide e bianche, passandoci attraverso e spesso occultando la vista a meno di un metro di distanza dalla punta del proprio naso.

“Silenzio!”, gridò l’uomo col pappagallo in tasca.

“Silenzio!”, ripeté il pappagallo.

La ciurma di bifolchi si ammutolì, anche se non erano sicuri a chi dei due dovessero obbedire.

“È giunto il momento di sbarazzarci della causa che ha portato infausta sorte a questo stimabile battello”.

I pirati si guardano tra loro.

“Eh?”, dissero all’unisono.

Il pirata dal linguaggio elegante sbuffò seccato.

“ ‘desso l’ammazziamo”.

“Ahh”, e tirarono un sospiro di sollievo.

“Allora a morte!”, gridò un vecchio dalla barba bianca e un fazzoletto rosso legato al collo.

“A morte! A morte! A morte!”, lo seguirono gli altri.

“Ehi, ehi, ehi, aspettate, ma perché?”, chiese Sandy sentendosi colpevole per qualcosa che non aveva fatto.

Tutti i presenti, pappagallo compreso, fecero un passo indietro profondamente offesi.

“Perché?”, disse a bocca aperta il pirata galante ma puzzone.

“Già”, rispose lei a braccia incrociate e guardandosi attorno, “ perché?”

“Perché? Ma sentitela, ha anche il coraggio di chiedere perché…”, disse il vecchio col fazzoletto prima di mettere una mano sul petto e stramazzare al suolo colto da infarto.

“Non ci sentite per caso? Siete sordi o solo stupidi?”.

“Ora basta!”, gridò il grosso pirata alzando la scimitarra, “questo è troppo!”.

Sandy si raggomitolò per difendersi e nello stesso momento qualcuno gridò dall’alto.

“Fermo!”

Tutti alzarono lo sguardo e si zittirono calando il capo.

Solo Sandy non abbassò gli occhi.

E lo vide.

Un maestoso capitano si ergeva al di sopra delle loro teste oscurando il sole.

I baffi lisci e il cappello con un grande pennacchio nero lo facevano sembrare ancora più affascinante.

Una grande blusa coi bottoni d’avorio e i lustrini luccicanti nascondeva un fisico principesco.

Il capitano della nave scese i gradini che lo separavano dal ponte.

“Presto, muovetevi!”, gridò un giovane pirata tremante a un manipolo dei suoi colleghi. All’istante, prima che il capitano toccasse le tavole di legno, il gruppo di lacchè si buttò uno dopo l’altro ai suoi piedi un attimo prima che posasse gli stivali di pelle, in modo da formare una lunga passerella umana al suo passaggio.

Mentre si avvicinava col suo passo regale, Sandy notò in lui qualcosa che non aveva visto prima. Un certo luccichio, molto forte, partiva dal suo corpo ogni volta che incrociava il passaggio dei raggi di sole.

Sandy capì solo quando il maestoso le fu quasi addosso.

Il capitano era fatto completamente di vetro, e all’interno era cavo, come un vaso sigillato. La luce vi passava attraverso e formava degli splendidi giochi colorati che ai pirati piacevano tanto.

Anche Sandy si dilettò alla visione di cotanta meraviglia.

“Fa lo stesso effetto a tutti”, disse annoiato.

Sandy sbatté le palpebre e lo guardò negli occhi alzando la testa, doveva essere alto almeno il doppio di lei.

“Mi scusi, Sua leggiadria, non volevo mancarle di rispetto”. Disse Sandy mani lungo i fianchi.

“E non hai ancora visto questo”. L’uomo di vetro si aprì di colpo la blusa, in un modo così repentino che Sandy rimase impressionata, non era sicura di quello che avrebbe potuto trovarci sotto, e infatti si impressionò, ma per un motivo leggermente diverso.

“Si, si, puoi ridere”, disse il capitano guardando altrove.

Nell’interno cavo del suo ventre un piccolo roditore, meglio conosciuto come criceto, correva allegro su una ruota.

“Si chiama Corrado, comunque”, disse guardandosi le unghie.

“Oh”, rispose lei.

Il pirata con la spada alzò la testa e si schiarì la gola, “il protocollo, capitano, il protocollo”.

“Oh, si, che scemo…uhm allora, Sandy, Corrado. Corrado, Sandy”

“Simpatico”

“È lui che mi consente di tirare avanti, sai?”, disse con la solita voce annoiata, “se smette di correre, io perdo forza, cado e mi rompo, e non è piacevole, poi qualcuno dovrebbe raccogliermi con una paletta e gettarmi nel cestino, ti sembra un destino degno di un duce?”

“Capitano”, si permise il solito pirata, “volevo dire di presentarsi Lei, Vostra Capitaneria”

“Mpff”

Il capitano puntò il dito verso il suo secondo in comando e nell’arco di tempo di una manciata di secondi le dimensioni del poveretto si ridimensionarono sempre di più, fino a diventare minuscolo.

Il pappagallo, che nel frattempo era uscito dalla tasca, guardò il suo piccolo padrone, poi guardò il capitano.

Un altro gesto del dito di vetro e l’animale crebbe fino a raggiungere le dimensioni del suo ex padrone.

Il pennuto sbalordito quanto felice fece un inchino di ringraziamento e si infilò il cappello, poi mise la scimitarra nel fodero.

“Ora sei il nuovo responsabile di questi buzzurri”, disse il capo.

“Signorsì signore”, obbedì gracchiando.

Detto fatto, prese l’omino di cui era stato servitore e se lo mise in spalla.

Poi il volatile gli puntò una penna contro.

“E non ti azzardare a ripetere quello che dico”.

CONTINUA, CONTINUA…

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Kramfall Krünett è morto (e la zuppa di cipolle è servita) QUINTA PUNTATA

Dopo tanto tempo questa la dedico a Melissa, perché si.

 

Sandy si sveglia…

 

All’interno della strana cabina di legno in cui si trovava, Sandy aprì gli occhi e si ridestò dai pensieri che andavano sommandosi scomposti nella sua mente.

Per un attimo, pensando al suo passato, Sandy fu sul punto di piangere.

Un’immagine di Yarno balenò nella foschia della stanza, forse una sorta di proiezione generata dalla sua mente dall’aria particolare e dalla stanchezza.

Poteva sentire le immagini uscire in un fascio di luce dai suoi occhi, come se la sua testa si fosse improvvisamente trasformata in un proiettore, da dove uscivano tutti quei ricordi confusi e annebbiati? E soprattutto perché? Un’altra immagine opaca e trasparente del suo amico sorridente le passò velocemente davanti, forse stava ancora inseguendo la scimmia redattrice.

Una lacrima sgorgò dagli occhi tristi e ormai lucidi per andare a posarsi su una guancia. Successivamente al disastro del libro bianco di Horos Camillo Spatranacco, il padre di Yarno, Craculon, aveva fatto incredibilmente ritorno dalla sua folle odissea.

E aveva scelto il momento meno adatto per entrambi.

Quando si accorse del tracollo, si trovò costretto a chiudere la casa editrice ormai in rovina, screditata in tutto il pianeta; nessuno avrebbe avuto più la possibilità di risollevarla né di trovare investitori disposti a prestare fiducia a un Ametteo qualsiasi.

Yarno fu diseredato e costretto a fuggire su altri pianeti insieme alla scimmia e alla scopa, e non fece mai più ritorno per la vergogna.

Qualcuno disse che il desiderio espresso da Craculon fosse proprio questo, ma non lo volle mai rivelare.

Sandy, dopo il licenziamento, sparì per la paura lasciando Yarno solo ad affrontare la catastrofe, non riuscì mai a perdonarsi quell’atto di terribile vigliaccheria, né di non aver mai voluto capire le intenzioni di Yarno e i sentimenti che provava per lei.

Da quel momento decise di vagare per lo spazio e le sue infinite dimensioni, sperando di trovare prima o poi la possibilità di riscattarsi, un viaggio allucinante e senza sosta che l’avrebbe portata oltre i confini dell’universo.

Chissà dove si trovava adesso.

Rimpianse di non aver più trovato una vita stabile, un’amicizia duratura, ma il suo carattere non glielo permetteva. Troppe ne aveva viste ormai per permettersi il lusso di addolcirsi, troppo duro il temperamento che si era data per farsi scalfire.

Mentre Sandy versava lacrime amare, successe quello che doveva succedere, sempre in base a quella famosa possibilità su un miliardo che contraddistingueva questo tipo di situazioni.

Una porta che non aveva notato prima si spalancò con un rumore assordante, e la luce del mattino invase la stanza fetida.

Sandy disperse i pensieri danzanti e si girò di scatto per la sorpresa.

Non solo non aveva visto quella porta, forse per via dell’oscurità, ma c’era anche qualcosa di strano: una porticina così piccola non poteva fare tanto fracasso!

Si udirono dei passi che si avvicinavano, i tacchi delle misteriose scarpe dei misteriosi piedi del misterioso individuo o qualunque cosa fosse, anch’essa misteriosa, che le indossava misteriosamente si facevano sempre più vicini.

TUM! TUM! TUM!

Il passo doveva essere quello di un gigante, come avrebbe fatto a oltrepassare quell’apertura così stretta?

Sandy era confusa e allucinata, non riusciva a comporre delle risposte adeguate che la tranquillizzassero.

Nell’attesa del colosso, Sandy si mise comoda, aspettando qualcuno che le fornisse una spiegazione a quell’assurdo momento.

TUM! TUM! TUM!

Non scarpe, ma stivali di ferro doveva indossare il golem che si stava appropinquando.

Sandy cominciò a stancarsi, il rimbombo sembrava non finire mai e nessuno si era ancora visto all’uscio.

“Eddai!”, sbottò la ragazza, “quanto ci vuole!”.

Improvvisamente si sentì toccare la spalla da una mano con dita lunghe e pelose, le unghie nere di grasso erano indice di una certa noncuranza.

Sandy lanciò un urlo e si girò di scatto.

Davanti a lei uscì dall’ombra un omaccione dalla faccia burbera, un occhio chiuso a fessura e la barba incolta. Quando le sorrise Sandy poté a malapena contare un quartetto di denti, dislocati in diverse zone delle gengive.

“Eccomi qua”, disse l’uomo spalancando le fauci e lasciando uscire un miasma giallognolo che fece impallidire anche il pappagallo con il panciotto ricamato che portava su una spalla. Sandy vide il pennuto strabuzzare gli occhi, incrociarli tra loro e poi barcollare avanti e indietro, cercando di sostenersi con le ali, alla fine si gettò dritto in una delle enormi tasche della giacca del suo padrone.

L’uomo dalla blusa rossa completamente sgualcita cercò di fare un altro sorriso maldestro, poi lustrò la pipa che aveva in tasca e la mise tra le labbra, o meglio quello che una volta dovevano essere state un paio di labbra.

“Fa sempre così”, disse riferendosi all’animale, “è tutta scena, non farci caso, d’altronde sarebbe impossibile, mi lavo i denti ben tre volte all’anno con il miglior pelo di topo che riesco a trovare qui sopra”. E rise.

Sandy trattenne un conato di vomito, poi riuscì a formulare qualche parola.

“Ma non dovevi arrivare da quella parte?”, indicando la porticina con il pollice.

D’un tratto aveva realizzato che i “tum-tum” era cessati.

Il grosso marinaio, che aveva tutto l’aspetto di un pirata navigato che fa collezione di molluschi e granelli di salsedine sulla pelle, la guardò stupito. Per un attimo sembrò addirittura offeso.

“Mi prendi per uno stupido?”

“Oh, no, no, signore, io pensavo che… insomma… i rumori, gli stivali, porta, io, tum”

Questa volta le sembrò di leggere amarezza.

Il pirata lasciò andare uno sbuffo di fumo e fece un giro su se stesso, come in cerca di un randello con cui colpire la giovane donna impertinente.

“Cerca qualcosa?”, chiese.

“Un randello”, disse secco.

Sandy si ammutolì scoprendo di avere talento nel leggere con incredibile certezza le intenzioni dei suoi interlocutori.

Il pirata si fermò e la scrutò senza cambiare espressione.

“Ora andiamo, seguimi, c’è tutta la ciurma che ti aspetta”

Ciurma? Aspetta?, si domandò Sandy. Forse stava cominciando a capire dove si trovava, e che cosa potevano essere quei raggi di luce bianca, con suo grandissimo sbigottimento.

“Ehm, dove stiamo andando?”, disse col cuore in gola.

L’uomo estrasse una sciabola e la puntò contro Sandy, la sua gola si rifletté chiara nella lama appena lucidata.

“Alla tua esecuzione”, disse con un ghigno diabolico.

Ora le cose si mettevano davvero male. E non aveva neanche fatto colazione.

Corso di frittura creativa a cura dell’esimio profrittor Robert A. A. Frickerton. TERZA LEZIONE: FRITTURA E IMPRESSIONISMO

Cosa unisce l’Impressionismo e la frittura?

Nulla, ci mancherebbe altro, cerchiamo di essere seri per una volta, santoiddio. Ma che è? Siete impazziti forse? Così si spaccia per buona un’ipotesi delirante, l’accesso al sapere dei nostri giovani è già fortemente minato da ben altri problemi, non abbiamo bisogno di un’altra buffonata diffusa tramite internet da sedicenti “tuttologi”. E’ UNA VERGOGNA! UNA VERGOGNA BELLA E BUONA!

Risponderebbe un ignorante.

Ciò che il suddetto ignorante non sa o finge di non sapere è che l’esperienza della frittura è stata invece fondamentale per la nascita dell’Impressionismo. In questo breve saggio cercheremo di spiegare il perché.

La frittura introduce importanti novità nell’arte già dalla prima metà del XIX secolo, fondamentale fu l’esperienza degli artisti di corrente romantica e realista, che nel rompere con la tradizione avviarono un processo di ricerca basato su aspetti totalmente nuovi: la negazione della casserole (traducansi padello, piastra, piastrone, macchia, chiazza, frittella, pillacchera, scaldaletto, scaldino, padellona, detto anche piastrum, impiastrum, acc. dal quale impiastro in lingua italiana, dal “Vocabolarione delle parole francoalgerine nella traduzione latino-italiana”, a cura di Achille Marialaura Sfratti della Bietola e Marcovaldo Belindi Sfrazzapalle) come unico strumento nobile atto allo scopo, certamente nella visione del Romanticismo e del Realismo la casserole era un vecchio e sorpassato retaggio dovuto all’impostazione accademica che perdurava nell’arte ufficiale, in quella considerazione che ancora faceva presa in molti artisti dell’epoca e che durò almeno fino al primo decennio della seconda metà del secolo. L’intento delle nuove correnti era di portare sullo stesso piano la padella, il tegame fondo, il tegamino per l’ovetto alla coque (molto considerato per il simbolismo cristologico) e la teglia da forno, all’epoca ritenuta un volgare sottoprodotto per il proletariato, ossia per la frittura di livello popolare, quella che usava lo stesso olio di mais per più d’una frittura, abbondava con l’uovo e il pan grattato sulle cotolette, inseriva il prosciutto e il formaggio tra una melanzana fritta e l’altra e innaffiava di ciccioli di maiale le frittate. Dunque una vera e propria provocazione, che indispettì molti dei grandi pittori cuisiniers del tempo ma suscitò l’interesse della neonata critica alternativa, il Mangiarozzo, il Mangelo e il Gambero Rozzo.

La riscoperta della frittura all’aperto, il mito del cuoco ribelle alle convenzioni, l’interesse rivolto al momento della frittura piuttosto che al risultato finale, sono tutti elementi che influirono molto sugli artisti successivi che si riconobbero sotto il nome di impressionisti. La prevalenza della soggettività dell’artista, dell’emozione nell’atto di dipingere che non va nascosta o camuffata, anzi colta carpe diem, lì sul momento, perché irripetibile in altre situazioni, fu il punto di partenza per una seria di correnti sperimentali che successivamente si affermarono. I tratti sfumati, le linee sinuose, l’unione tra cielo e terra, i corpi incastonati nell’ambiente e non prevalenti su di esso, cosa possono essere se non il risultato del desiderio di trasporre la frittura sulla tela? Tutto ricorda il muoversi libero e avvolgente della cucchiara di legno nell’impasto, della forchetta che sbatte il tuorlo dell’uovo citato nel sole circolare e arancione dei quadri di Monet (si guardi a tal proposito Impression, soleil levant). E poi, aggiungiamo, è un caso se dipingevano con colori a olio? A noi basta questo. Olio su tela: una prima sincera, anche se rozza, volontà di portare il fritto nella pittura. Certo, i primi esperimenti furono all’insegna dello sperimentalismo puro, in altre parole dell’interazione primitiva tra gli elementi base di entrambe le arti, l’olio e la tela. Sappiamo che i primi pionieri gettavano secchiate di olio di oliva sulle tele, spendendo fortune (per questo motivo gli impressionisti erano poveri ed erano costretti a ricorrere a materia di scarto, come l’olio Friol), ma col tempo il tratto e la tecnica si affinarono, le secchiate divennero più precise, meno abbozzate, sicure già al primo colpo. L’arrivo del pennello, poi, fu una rivoluzione, non più adibito solo a girare la pasta il pennello permetteva una precisione ricercata, minor spreco d’olio e le giacche più pulite, mettendo fine così all’epoca chiamata “Olio su giacca”.

Gli impressionisti friggevano all’aperto con il fornelletto portatile, con una tecnica rapida che permetteva di completare l’opera in poche ore. Come già detto, essi volevano riprodurre su tela le sensazioni e le percezioni olfattive che un bel fritto misto di calamarozzi, seppioline e moscardini appena pescati comunicava loro nelle varie ore del giorno e in particolari condizioni atmosferiche, lo studio dal vero eliminò il lavoro al chiuso, in atelier, che tra l’altro impuzzunava tutti i vestiti, e avoglia poi a lavatrici a pedali o lavanderie cinesi, che poi quelli ci avevano l’oppio nel retrobottega e si usciva all’alba fatti come una pigna.

A volte gli artisti maudit arrivavano nella loro ricerca a collaudare tesi estreme: il noto pittore e cannibale Vincent van Coque arrivò a tagliarsi un orecchio per comunicare meglio con sé stesso, il suo intento era infatti di friggerlo e ampliare la percezione della frittura dall’olfatto all’udito, cosa che peraltro poteva già fare con l’orecchio al suo posto, ma era pazzo, capite? P-A-Z-Z-O, pazzo. Finì i suoi giorni in un ospedale psichiatrico. Se il suo fantasma o il suo cadavere mummificato e assetato di sangue non tornerà a reclamare vendetta, la sua orrenda parabola potrebbe anche dichiararsi conclusa e le nostre vite in salvo, ma se dovesse tornare nulla potrà salvarci, capite? Nulla. N-U-L-L-A. Nulla. Affidatevi al vostro dio, se ne avete uno, e pregate per la vostra anima. Il fantasma di una mummia di un pittore impressionista non perdona, non lascia scampo. Lui vi troverà, ovunque voi siate, ovunque vi nascondiate, perché ha i poteri paranormali, e dopo che vi avrà strappato il cuore proseguirà allo stesso modo con la vostra stirpe nei secoli dei secoli, fino alla fine del mondo. Per l’eternità, capite? Eternità. E-T-E-Y-U-P, quella.

Nuovi stimoli vennero anche dall’esposizione universale di Parigi del 1867, dove trovò sfogo l’interesse per la frittura esotica, involtini primavera, ravioli di carne, noodles fritti con l’uovo, nuvole di drago, gelato fritto e altre schifezze da 3 euro e 50, il piatto preferito dagli universitari che poi si chiedono perché a 32 anni sono morti. Non c’è molto da dire, era semplice, 3 euro e 50, era tutto lì il senso, bisognava pur farsela qualche domanda, cosa vi aspettavate?

Infine importanti novità giunsero dalle scoperte scientifiche, come la parannanza per coprirsi dagli schizzi d’olio, le presine per le pentole che scottavano e le “Leggi sull’accostamento degli ingredienti” di Eugène Cheyreul: queste furono alla base della teoria impressionista sul colore, che suggeriva di accostare colori senza mescolarli così come la pastella e il baccalà devono essere l’uno l’involucro dell’altro e allo stesso tempo rimanere separati per assaporarne meglio la fragranza, in modo tale da ottenere superfici non uniformi bensì vibranti e vive.

TEORIE A CONFRONTO

 

Darwin (1871)

La frittura non è vero istinto, poichè deve essere imparata, ma è differente dalle altre arti, perchè l’uomo ha un tendenza istintiva a friggere, come vediamo nei comportamenti delle nostre nonne, mentre nessuna nonna ha una tendenza istintiva a scrivere, guidare la macchina o lavare il parabrezza di un caccia F16 con una spugna della Johnson & Johnson.

 

De Saussure (1916)

La facoltà di friggere è parte del patrimonio della nostra specie. La frittura è un’entità sociale, storica, culturale.

 

Chomsky (1959)

Il fatto che ogni bambino possa acquisire la conoscenza della ricetta delle olive ascolane con grande rapidità suggerisce che gli uomini siano in qualche modo disegnati in modo speciale per questo.

 

TUTTO QUESTO PER DIRVI CHE DA DOMANI ASPETTATEVI IL PEGGIO (NO, DICO DAVVERO, E’ IL PEGGIO DEL PEGGIO) PERCHE’ SI RITORNA OPERATIVI, CHE DIAMINE.

E CON NOI TANTI OSPITI SPECIALI, DAL PROFESSOR LARRY MASON A PIPPO FRANCO.

Ai vermini del gorgonzola tu ci devi fare caso

La rivista più letta da Jerry Calà (di cui è così finalmente spiegata l’inesauribile e travolgente comicità) è lieta di introdurvi l’amico Larry Mason (no, non il ciccione della tv), che inaugurerà con questo bellissimo tractatus la sua nuova rubrica marcia L’ANGOLO DI LARRY MASON, che si spera possa finalmente portare un po’ di vita a questa rivista ignobile, che ora è quotata anche in borsa, GNAM S.p.A., l’unica società che perde anche quando la borsa è chiusa. “E’ ora di finirla con i privilegi di GNAM”, scrive oggi Avvenire, “pensino a pagare le tasse piuttosto che a scrivere certe sciocchezze, è scandaloso che (quelli della GNAM, ndr) siano esenti dal prelievo fiscale, anche loro devono fare i sacrifici come tutti gli italiani”. “La manovra la paghi la GNAM!”, incalza l’Osservatore Romano.

GNAM, questo e poco altro.

A presto un sondaggino: è giusto che anche gli edifici non di culto appartenenti a GNAM siano esentati dal pagamento dell’ICI? Ricordiamo che GNAM possiede un terzo del patrimonio immobiliare di Roma. E ancora: cosa ce ne facciamo di quei 25.000 redattori di GNAM (sono tutti estremisti musulmani e qualche testimone di geova, ndr) imposti nelle scuole laiche per legge?

MA ORA LA PAROLA AL MARCISSIMO COLLEGA:

Salve a tutti, sono il Prof. Larry Mason. Il mio fraterno amico Prof. Frickerton mi ha gentilmente chiesto di intervenire sulla sua pregevole rivista “Gnam”, ed in nome della scienza non me la sono sentita di rifiutare.

Anzitutto, vorrei fugare ogni dubbio circa la mia identità. Io sono il Prof. Larry Mason, ordinario di cosologia applicata presso l’Università dell’Ohio ed autore di illuminate pubblicazioni quali “Analogie cinetiche tra i salmoni che risalgono i torrenti e gli spermatozoi che risalgono l’utero”, “Il criceto come paradigma dell’inutilità della vita”, “Influenza delle flatulenze nei modelli di interazione umana” ma soprattutto del fondamentale saggio “Simbologie tra il crollo del muro di Berlino ed il crollo dell’imene”. Purtroppo, a dispetto della mia notorietà, c’è ancora della gente che mi scambia per il quasi omonimo avvocato. Intendo smentire questa cosa una volta per tutte: ebbene io non ho niente a che vedere con quel tizio, e questo dovrebbe risultare lapalissiano per i seguenti motivi:

1. Perry Mason è un personaggio di fantasia, io no.

2. Perry Mason è un grasso omosessuale, mentre io sono un magro eterosessuale (peraltro dotato di un’imponente virilità).

3. Perry Mason si accompagna ad una vecchia e ad un tizio biondo (probabilmente il suo ispettore rettale), mentre io mi accompagno esclusivamente alla scienza ed al sapere. Ed a due sgualdrine di periferia scelte a caso di giorno in giorno. Come recita un antico detto molto popolare nei verdi pascoli dell’Ohio, infatti, “dietro ogni scoperta scientifica c’è una sgualdrina di periferia, e dietro ogni sgualdrina di periferia c’è Larry Mason”.

4. Perry Mason è morto, e la scelta di far girare altri episodi a quel tizio coi baffi ed il cappello è stata decisamente fallimentare, ed ha causato un notevole detrimento della serie. Ebbene io vi giuro che alla mia morte nessun anziano coi baffi ed il cappello mi sostituirà.

5. Se proprio avessi voluto essere scambiato per il protagonista di un telefilm poliziesco mi sarei chiamato “Prof. Tenente Colombo”. Mi stava così simpatico, Peter Falk, anche se ultimamente era un po’ difficile avere dialoghi che non fossero surreali, con lui.

“Ciao Peter, come va?” “ARRIVERA’ PRESTO IL PRINCIPE DEL BRASILE! FUORI DALLA MIA NAVE, FOTTUTO ANDRE THE GIANT!”.

Ma veniamo a noi. Quest’oggi desidero parlarvi dei vermini del gorgonzola.

I vermini del gorgonzola sono dei cosetti lunghi circa molto poco che vivono all’interno del gorgonzola conferendogli quel caratteristico lezzo nauseabondo a metà tra un gatto morto ed un dopobarba Dolce e Gabbana. I vermini del gorgonzola hanno la peculiare caratteristica di essere tutti uguali tra di loro. Visti al microscopio, inoltre, mostrano una straordinaria somiglianza con Marco Balestri.

Altra peculiarità dei vermini è quella di avere la parte anteriore del corpo uguale alla posteriore. Questo è fonte di grande confusione ma anche di ilarità nel gorgonzola, perché capita sovente che un vermino parli ore con il culo di un altro vermino. Ecco un esempio di dialogo tra vermini.

Vermino ignaro di stare parlando al culo di un altro vermino: “Ciao Lorenzo, come stai?”

Lorenzo: “…”

Vermino ignaro di stare parlando al culo di un altro vermino: “Ehy, parlo con te! Perché non mi rispondi?”

Lorenzo: “Perché stai parlando al mio culo! Ahahah!”

Vermino ora consapevole di stare parlando al culo di un altro vermino: “Ahahah, me l’hai fatta di nuovo, che simpa che sei, Lorenzo!”

Lorenzo: “Ma io non sono Lorenzo, sono Piero”.

Vermino ora consapevole di stare parlando al culo di un altro vermino: “Ah, e Lorenzo dov’è?”

Piero, formerly known as Lorenzo: “Non saprei, 5 minuti fa l’ho visto di là che parlava col culo di Antonio”.

I vermini si divertono da matti a scherzarsi l’un l’altro in questo modo, ma nel gorgonzola accade talvolta che i vermini si adirino tantissimo, soprattutto durante l’accoppiamento. Infatti capita che un vermino dica cose sconvenienti ad un altro vermino credendo di stare parlando con una vermina, o almeno con la sua vulva, e invece magari sta parlando col culo di un vermino maschio, e certi vermini sono così irascibili che gli si scagliano addosso urlando frasi incomprensibili e dilaniandone le carni bianchicce. Cosa che peraltro i biechi produttori di gorgonzola fomentano, perché il sapore del formaggio pare ne guadagni. Può financo succedere che subdoli vermini omosessuali si spaccino per avvenenti e lascive vermine al solo fine di beneficiare di rapporti sodomitici. La sodomia è molto diffusa tra i vermini, in effetti: i vermini omosessuali sono maestri nel dissimulare la propria voce roca usando un fazzoletto ed una molletta.

E questo è tutto quanto c’è da sapere sui vermini del gorgonzola, credo.

(GRAZIE ANDREA,ndr)